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domenica 27 marzo 2016

Il Gabinetto delle figure di cera (1924)



Uno scrittore viene invitato dal proprietario di un museo delle cere a realizzare alcuni racconti ispirati alla vita dei personaggi immortalati nelle statue esposte. Il primo, ambientato a Baghdad, ha per protagonista il califfo Harun Al-Rashid intento a insidiare la giovane moglie di un fornaio; il secondo è dedicato allo zar Ivan il Terribile che finisce col cadere vittima della sua stessa sadica passione per le torture. L’ultimo racconto è in realtà un incubo dello scrittore che sogna di cadere vittima di Jack lo Squartatore, mentre cerca di fuggire con la figlia del proprietario del museo.

Se il Caligari di Robert Wiene è universalmente riconosciuto come il manifesto del cinema espressionista tedesco, un altro Gabinetto, quello delle Figure di Cera diretto da Paul Leni, è invece spesso considerato da molti (che probabilmente si dimenticano di Metropolis di Lang) come il film che concluse idealmente l’epopea di quel movimento avanguardista. Quel che è certo è che la pellicola di Leni, rispetto alla cupezza e alla drammaticità rinvenibile nei lavori dei suoi più illustri colleghi contemporanei, ha uno spirito più leggero, particolarmente evidente nel primo episodio, quello dedicato al califfo, connotato da toni quasi comici e fiabeschi, complice anche l’ambientazione da “mille e una notte”. Si intuisce una ricerca all’intrattenimento puro più che l’ aspirazione a un risultato artistico, tendenza che se sottrae qualcosa allo spettatore dal punto di vista narrativo, lo ripaga in termini di divertimento, grazie al buon ritmo impresso allo storytelling. I tre racconti, d’altronde, sono proposti in crescendo e si nota già un deciso cambio di passo tra il primo e il secondo, quello dedicato a Ivan Il Terribile magistralmente interpretato da un Conrad Veidt spiritato e crudele al punto giusto. 
Ma è il brevissimo, onirico, episodio finale, quello con protagonista Jack Lo Squartatore, a spingere il film in pieno territorio horror e ad alzare il livello fino a sfiorare le vette più alte dell’Espressionismo: un incubo angosciante, visivamente straordinario grazie all’utilizzo di filtri e della tecnica della doppia esposizione, un caleidoscopio spiazzante dove si mescolano realtà e fantasia. Nel complesso notevoli i costumi e soprattutto le scenografie, deformate e barocche, che ripropongono lo stile allucinato in voga all’epoca, spiccando in particolare, anche per quanto riguarda gli interni, nell’ambientazione esotica di Baghdad. Molto buono il cast, in particolare un irriconoscibile Emil Jannings nei panni extra-large di Harun Al-Rashid e il solito grandissimo Veidt. La regia di Leni, invece, è più convenzionale rispetto a quella dei suoi colleghi connazionali, ma comunque convincente e al passo coi progressi tecnici dell’epoca: stupisce, tra i tanti espedienti utilizzati, la scena in cui l’immagine sconvolta del fornaio si riflette nei tanti esagoni di cui si compone la pietra preziosa che orna l’anello del Califfo. Rimane, forse poco sfruttata (finale a parte) la “cornice” ambientata nel museo delle cere, che avrebbe potuto regalare un contesto più inquietante a chiusura dei 3 racconti.
In conclusione, una pellicola piacevole, visivamente affascinante e capace di fondere macabro e grottesco, pur rappresentando un’opera minore all’interno di quello straordinario luna park dell’orrore che fu l’Espressionismo tedesco, in cui, comunque, ha piena cittadinanza l’incubo di Jack lo Squartatore.
Curiosità: Il film, noto anche con il titolo di Tre Amori Fantastici, doveva prevedere in origine anche un quarto episodio dedicato al romanzo d'avventura Rinaldo Rinaldini (opera di Christian August Vulpius, cognato di Goethe), poi non realizzato per problemi di budget. 

Reperibilità: Buona. Esistono diverse edizioni DVD, anche italiane, tra cui segnalo quella della DCult che ne propone la versione restaurata a prezzo decisamente accessibile.

Titolo: Das Wachsfigurenkabinett
Produzione: Germania (1924), b/n, muto, 83 minuti
Regia: Paul Leni
Cast: Conrad Veidt, Emil Jannings, William Dieterle, Werner Krauss


domenica 22 novembre 2015

Le mani dell'altro (1924)



Un pianista di fama mondiale, Paul Orlac, perde entrambe le mani in seguito a un terribile incidente ferroviario. Grazie a un miracoloso, tempestivo, intervento gli vengono trapiantate delle mani nuove, precedentemente appartenute a Visseur, un assassino condannato alla ghigliottina. Dopo aver scoperto l’identità del donatore, Orlac è sconvolto tanto da rifiutare di utilizzare gli arti per suonare o abbracciare la moglie, fino a credere che possano essere ancora pericolose.


Dopo i fasti del Gabinetto del Dottor Caligari, Robert Wiene e Conrad Veidt tornano ancora una volta a lavorare insieme (il loro primo “incontro” risale al 1917 con Furcht di cui abbiamo parlato qui). Il sodalizio si dimostra nuovamente vincente, grazie a una straordinaria prova d’attore di Veidt che, senza esagerare, da solo regge sulle spalle l’intero film. In pieno stile espressionista, il suo Orlac si offre allo spettatore come un personaggio follemente tormentato, in preda allo shock dopo la scoperta del precedente proprietario delle mani; un tormento tanto psichico, quanto fisico, che, unito a visioni e oscure trame altrui, precipita il protagonista in una spirale di delirio continua, fino a implorare il medico che l’ha operato di privarlo dei nuovi arti e successivamente convincersi di essere diventato, contro la sua volontà, anch’egli un assassino. Eccezionale il lavoro svolto a livello di gestualità da Veidt: un uso delle mani, che a tratti davvero sembrano dotate di vita propria, forse secondo solo a quello di Max Schreck in Nosferatu.

Dal canto suo Wiene, pur scontando una certa lentezza di fondo, realizza alcune sequenze notevoli: l’incidente ferroviario in notturna, il bacio della cameriera alla mano di Orlac (scena non priva di un certo erotismo, tra l’altro), la testa che appare al protagonista durante la degenza in clinica, gli inflessibili creditori che negano qualsiasi dilazione di pagamento alla moglie. Rispetto al Caligari o a Genuine, le scenografie appaiono normalizzate, spoglie, fredde ma funzionali (in particolare gli interni dell' abitazione di Orlac e di quella del suo arcigno genitore) a far da sfondo, quasi come tele di un quadro (grazie anche all’ottima fotografia), alla rappresentazione delle vicende raccontate. Un peccato però che la trama, basata sul romanzo francese Les Mains D’Orlac (1921) di Maurice Renard, dopo una prima parte in cui tensione e paranoia raggiungono vette altissime, prediliga, come la sua controparte letteraria, la via del mistery anziché prediligere un’alternativa soprannaturale che forse sarebbe stata preferibile, a dispetto dell’improbabile soluzione prospettata. Più di tutto è però la conclusione, che scivola verso un frettoloso lieto fine, a lasciare una punta d’amaro in bocca. La pellicola rimane comunque molto buona, non a caso riscosse un grande successo in patria (e non solo) nonostante il divieto ai minori, tanto da generare diversi remake nel corso degli anni (il primo dei quali già nel 1935, Mad Love, per la regia di Karl Freund). Inoltre gli va probabilmente riconosciuta un’importanza seminale nell’aver ispirato quel sottobosco, invero poco nutrito, di horror in cui al protagonista viene trapiantato un organo appartenuto a gente poco raccomandabile (al volo mi soccorre l’esempio del terzo episodio di Body Bags di John Carpenter).


Reperibilità: Buona. Il film, ormai di pubblico dominio, è liberamente visionabile su Youtube. In DVD è consigliata l’edizione della “solita” Kino che propone una versione più lunga, con titolo (The Hands of Orlac) e intertitoli in inglese, di recente restauro, accompagnata da un’ottima colonna sonora ad opera di Henning Lohner. Non mi pare esistano edizioni italiane al momento.


Titolo: Orlacs Hände
Produzione: Germania/Austria (1924), b/n, muto, 105 minuti
Regia: Robert Wiene
Cast: Conrad Veidt, Fritz Kortner, Alexandra Sorina, Carmen Cartellieri

Altri film di Robert Wiene: