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martedì 14 luglio 2015

Hilde Warren e la Morte (1917)




“Hilde Warren è una famosa attrice piena di voglia di vivere. Un giorno, al termine delle prove di un dramma, riceve la visita della Morte in persona che la invita a seguirla, offrendole in cambio la pace. Hilde rifiuta con orrore, fuggendo. Dopo aver rifiutato le avances del proprio agente, la donna si innamora di Hector, un giovane aristocratico che nasconde un’attività da malavitoso. La vita di Hilde si farà sempre più dura e la Morte avrà modo di ripetere più volte il suo invito, finché..”

Prima di passare dietro alla macchina da presa ed entrare nell’Olimpo dei più grandi registi di ogni tempo, Fritz Lang iniziò la sua carriera nel mondo del cinema come sceneggiatore. Due dei suoi primi copioni, uno dei quali era Hilde Warren und der Tod, furono acquistati da Joe May, all’anagrafe Joseph Otto Mandel (prese il “cognome d’arte” dalla moglie, l’attice/cantante Mia May, alias Hermine Pfleger, tra l’altro protagonista del film di cui stiamo parlando). May ebbe una carriera piuttosto lunga, con tanto di trasferimento negli Stati Uniti dopo l’avvento del nazismo in Germania, che si concluse poco prima della chiusura del Secondo Conflitto Mondiale, senza mai raggiungere i fasti del collega Lang.
Non a caso la regia di “Hilde Warren” non rende pienamente giustizia alla sceneggiatura che tinteggia un dramma fortemente simbolico, in qualche modo anticipatore di “Destino”, film diretto dallo stesso Lang qualche anno dopo che rappresentava in modo simile la Morte. Qui abbiamo una visione quasi genetica del male (incarnato da Hector e dal figlio) , che è al contempo una denuncia sociale e una piaga ineluttabile a cui è impossibile sottrarsi. Una volta venuto a contatto con questo morbo, il personaggio di Hilde da donna forte e consapevole si tramuta in vittima: un destino tragico e inesorabile che non è possibile espiare e a cui non ci si può sottrarre in vita. L’unica soluzione, quasi consolatoria, è cedere alla Morte, qui superbamente interpretata in versione androgina da Georg John. Molto brava anche Mia May nei panni della sfortunata protagonista.

In conclusione, non un vero horror, ma una storia nerissima di perdizione che termina con uno splendido finale di taglio espressionista.

Reperibilità: Su Youtube è reperibile in versione “ridotta” di circa 40 minuti, senza didascalie e in pessima qualità video. Recentemente ne è stata fatta una versione restaurata (proiettata anche da noi allo Spazio Oberdan di Milano), ma al momento non risulta in commercio.

Titolo: Hilde Warren und der Tod
Produzione: Germania (1917), b/n, muto, 68 minuti (versione restaurata)
Regia: Joe May
Cast: Mia May, Bruno Kastner, Georg John, Hans Mierendorff


domenica 12 luglio 2015

Furcht (1917)




“Il conte Greven ritorna al suo castello dopo alcuni anni passati all’estero alla ricerca di rari oggetti d’arte di cui è collezionista, portando con sé una statuetta di Buddha rubata in un tempio indiano. Dopo poco l’uomo comincia a manifestare una paura incontrollabile dovuta a una presunta mania di persecuzione: ritiene infatti che i monaci buddisti l’abbiano seguito sino a casa per vendicarsi del furto. Un giorno, uno dei religiosi gli appare in giardino predicendogli che morirà dopo 7 anni da allora, per mano della persona che più gli è cara.“

Due anni prima di girare il suo capolavoro, Il Gabinetto del Dr. Caligari, Robert Wiene inizia con Furcht (meglio conosciuto con il titolo internazionale Fear) a sviluppare la sua percezione del tema della follia. Manca ancora l’estetica del cinema espressionista, anche se la recitazione sopra le righe del protagonista né è anticipazione, le scenografie sono convenzionali (se pur opera dell'artista Ludwig Kainer), gli effetti speciali si limitano per lo più a sovrimpressioni, la paura è raccontata più che esteriorizzata. Il regista punta sulla sceneggiatura per raccontarci la discesa nell’abisso della paranoia del conte Greven, scegliendo giustamente di non rivelare in maniera netta se la minaccia rappresentata dai monaci buddisti sia reale o meno, lasciando il dubbio nel finale. Nonostante questo conto in sospeso è ben facile prevedere dove andrà a parare la vicenda dopo la profezia del monaco e in questo sta anche il limite del film: Wiene sembra più interessato a quello che vuol dire che a come dirlo, mentre il destino del conte appare sin da subito ineluttabile. 
Da ricordare la presenza nel cast di Conrad Veidt (proprio nei panni dell’inquietante monaco), quasi all’esordio, e prima tappa di un fortunato sodalizio con il regista (ricoprirà il ruolo di Cesare, nell’immortale “Caligari” e non solo) che lo porterà a diventare una star del cinema muto anche oltre i confini teutonici. La colonna sonora originale è purtroppo andata perduta.

In conclusione, un Wiene ancora grezzo, quasi convenzionale, ma con qualche seminale idea che saprà mettere a frutto nel corso dell’epopea espressionista.

Reperibilità: piuttosto raro. Non esistono edizioni DVD, ma è reperibile su Youtube.

Titolo: Furcht
Produzione: Germania (1917), b/n, muto, 72 minuti
Regia: Robert Wiene
Cast: Bruno De Carli, Conrad Veidt, Bernhard Goetzke

sabato 4 luglio 2015

Malombra (1917)




“La giovane Marchesa Marina di Malombra, rimasta orfana, viene affidata allo zio, il conte Cesare D’Olmengo che la ospita nella sua villa al lago. Marina si trova così ad alloggiare nella camera dove morì, dopo esservi stata prigioniera, Cecilia la prima moglie del conte. Nella stanza, ritenuta maledetta dai domestici, rinviene il diario della defunta, le cui ultime parole sono di vendetta per chi l’ha tenuta segregata. Da allora Marina comincia a credere di essere posseduta dallo spirito di Cecilia”.

Ispirato all’omonimo romanzo di Antonio Fogazzaro, ma con una non trascurabile influenza di Edgar Allan Poe (esplicitamente citato anche nel film tra le letture della giovane Marina), Malombra racconta una vicenda drammatica, destinata a concludersi tragicamente, ambientata in un’atmosfera decadente sulle rive del lago di Como; in realtà alcune sequenze furono però girate al Lago Maggiore sullo sfondo del quale, sono perfettamente riconoscibili, per uno “quasi” della zona come il sottoscritto,  l’antica Rocca di Angera e la suggestiva Isola dei Pescatori.


Come la precedente “Rapsodia Satanica”, che la vedeva protagonista, anche questa pellicola si regge principalmente sulle spalle della diva Lyda Borelli, bravissima ad alternare momenti di esaltazione ad altri di disperazione, passando da fragile fanciulla a femme fatale, per abbandonarsi definitivamente alla follia nel finale. L’esasperata mimica facciale, a cui necessariamente bisognava ricorrere ai tempi del cinema muto (anche per la formazione teatrale degli attori dell’epoca), non inficia la credibilità della sua recitazione. Se la carriera della Borelli fu sì intensa ma brevissima, quella del regista Carmine Gallone fu invece molto lunga tanto da coprire un arco temporale di quasi cinquant’anni: dagli anni 10, passando per il regime fascista (che celebrò specializzandosi in pellicole storiche dedicate all’esaltazione dell’Antica Roma), per concludersi nei primi anni 60 con anche un paio di film di Don Camillo a curriculum. Malombra fu uno dei suoi primi successi, anche se invero appare non proprio lineare sul piano narrativo, soprattutto per chi non conosce il romanzo di Fogazzaro, da cui comunque si discosta parzialmente, stilizzando la caratterizzazione dei personaggi secondari quasi alla stregua di comparse. Fanno solo parziale eccezione il vecchio zio e lo scrittore Corrado Silla, innamorato di Marina, che pur avendo ruoli rilevanti sono più vittime degli eventi che altro, né i loro rapporti vengono ben definiti.

In conclusione, un film che dal punto di vista squisitamente horror offre poco (incipit e finale) malgrado la vendetta oltretomba, ma merita per location e interpretazione della protagonista.

Curiosità: il romanzo di Fogazzaro ebbe altre due trasposizioni, una nel 1946 a opera di Mario Soldati e un’altra, improbabile, a tinte erotiche (!) nel 1983 per la regia di Bruno Gaburro con protagonista Paola Senatore.  

Reperibilità: Del film si sono perse le tracce per 65 anni, prima di un ritrovamento parziale a Trento e poi uno integrale a Montevideo. Restaurato dalla solita meritevole Cineteca di Bologna, attualmente il DVD risulta fuori catalogo per la vendita. L’opera è comunque visionabile su Youtube.

Titolo: Malombra
Produzione: Italia (1917), b/n, muto, 75 minuti
Regia: Carmine Gallone
Cast: Lyda Borelli, Amleto Novelli, Augusto Mastripietri, Consuelo Spada

domenica 24 maggio 2015

Rapsodia Satanica (1917)





“L’anziana contessa Alba D’Oltrevita stipula un patto con il satanico Mefisto per riottenere la giovinezza perduta, in cambio della quale rinuncia per sempre a innamorarsi. La promessa, però, viene messa a rischio dai corteggiamenti di due fratelli: Tristano e Sergio. Quest’ultimo arriva a minacciare di suicidarsi se Alba non lo amerà.”

Ispirato a un poema di Fausto Maria Martini di evidente derivazione faustiana, “Rapsodia Satanica” è l’ultimo film del giovanissimo regista Nino Oxilia, tragicamente perito nel corso del primo conflitto mondiale a seguito dell’esplosione di una granata durante la difesa del Monte Grappa. Se il tema del patto con il diavolo (o chi per esso) è comune a molte coeve produzioni dell’epoca (una per tutte, “Lo studente di Praga”), atipica è l’atmosfera malinconica di cui la pellicola è intrisa nel prologo e soprattutto nella parte finale. C’è chi ha parlato di influenza “dannunziana”, ma è in particolare alla corrente letteraria del crepuscolarismo, di cui gli stessi Martini e Oxilia erano esponenti, che si devono le più pregnanti suggestioni dell’opera. L’esasperato estetismo delle passioni, la parabola decadente della nobiltà, il languore di una perenne insoddisfazione emotiva, i simbolismi sono tutti elementi di cui il film trasuda, trovando il perfetto complemento nelle location, nell’accompagnamento musicale di Mascagni (forse definibile come prima vera e propria colonna sonora) e soprattutto nella recitazione di Lyda Borelli, diva del muto italiano, nei panni della contessa.
La Borelli riesce a essere credibile tanto come femme fatale, quando, passando da un ricevimento all’altro, è costretta suo malgrado a rinunciare alle avance dei corteggiatori, quanto come donna capace di abbandonarsi totalmente all’amore, quando si rende conto dei sentimenti che prova per Tristano. E’ nel finale, però, che la sua recitazione e la vicenda raggiungono le vette più alte, quando avvolta in un velo nuziale che ricorda un tetro sudario, danza sulle note di una rapsodia come una figura quasi eterea, anticipando l’imminente tragica conclusione. Tra gli altri attori, indimenticabile il Mefisto di Ugo Bazzini, sia per il make up decisamente efficace, sia per le ripetute incursioni che instillano un pizzico di inquietudine anche nei momenti di calma.

In conclusione, un’opera pre-espressionista sorprendente e poetica che il recente restauro ci ha restituito ottima in qualità di immagini (e in durata da mediometraggio).

Reperibilità: non esistono al momento edizioni in DVD, pur essendo stato il film restaurato in 2 versioni (una delle quali parzialmente a colori). E’ comunque visionabile su Youtube.

Titolo: Rapsodia Satanica
Produzione: Italia (1915), b/n, muto, 55 minuti (circa 45 in versione restaurata)
Regia: Nino Oxilia
Cast: Lyda Borelli, Ugo Bazzini, Giovanni Cini, Andrea Habay